LE STORIE PIU' ALLEGRE (O PIU' TRISTI?) SUL LAVORO!
Queste le storie più assurde e vere
sul lavoro!! Ce le hanno racontate, le abbiamo trovate. Se ne
conosci altre contattaci ed inviacele, le pubblicheremo!
Raccontaci le tue esperienze e condividile con gli altri, ti aspettiamo!
INVIA LE TUE STORIE A giovani@cislprato.it
Quando un uomo ti racconta di essere diventato ricco grazie al duro lavoro,
chiedigli: "Di chi?"
.......
La cosa che più mi angoscia del mio capo è quando arriva in ufficio, verso le
9.30 - 10.00 del mattino, tenendo in mano le due solite borse che dovrebbero
contenere chissa quali importanti documenti e invece sono piene solo di carta
igienica. Kg. di carta igienica!
Vita d'azienda: Quel bugiardo del mio capo
(dal sito www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/03/cambio_lavoro.shtml in versione integrale)
Uno
studio statunitense ha individuato nella tirannia del boss la
motivazione più frequente che porta a un cambiamento di lavoro
STATI UNITI – Nell'immaginario collettivo la figura del capo
è inconfondibile; persona dispotica e irascibile che sfoga i
propri malumori sul lavoro, diventando l'incubo dei dipendenti. La
letteratura che presenta questo profilo è decisamente vasta,
soprattutto se si considerano televisione, cinema e internet. Spesso
infatti, le serie tv americane hanno come scenario proprio l'ufficio e
mettono in scena i rapporti conflittuali con i ranghi superiori, oppure
la liberatoria rivalsa finale. Da un lato, il capo è il motivo
di malumori e ansie, dall'altro diventa oggetto di scherno e di
riscatto.
LA RICERCA – Incuriosito dalla finzione lavorativa, il professor Wayne Hochwarter
dell'università della Florida ha così svolto uno studio
sui reali rapporti tra capo e dipendenti e sulle conseguenze di tale
relazione. Con l'aiuto di due studenti dottorandi, Paul Harvey e Jason
Stoner, il ricercatore statunitense ha raccolto più di 700
testimonianze, intervistando individui che, durante la loro vita, hanno
spesso cambiato lavoro, in modo da comprenderne le motivazioni.
Risultato: una conferma empirica dell'immaginario del boss cattivo.
I RISULTATI – Circa un terzo degli interpellati ha dichiarato di subire silenzi forzati da parte del capo che, volontariamente, mette in una condizione di disagio
evitando di rivolgere la parola ai lavoratori (il cosiddetto
«silence treatment»). Al 37 percento del campione non sono
stati riconosciuti i propri meriti, mentre altrettanti si sono sentiti traditi a causa di promesse mai mantenute. Un quarto dei lavoratori consultati è stato testimone di commenti negativi
nei confronti di colleghi o di altri superiori, alimentando spiacevoli
condizioni di lavoro. Il 24 percento ha percepito infine una violazione della propria privacy,
operata dai propri datori di lavoro, mentre un numero equivalente ha
notato nei superiori una tendenza a non assumersi le proprie
responsabilità.
INVISIBILI – Le tensioni sul lavoro sembrano quindi essere un
fenomeno diffuso e sembrano proprio questi attriti la ragione
più frequente che sta alla base di un cambiamento. In un
ambiente caratterizzato da stress negativo e depressione, il lavoratore
non è efficiente né motivato e vede l'unica salvezza
nell'abbandono. Sempre più spesso, l'allontanamento è
proprio dal capo, non dall'azienda. In conclusione dello studio, il
professor Hochwarter suggerisce alcune strategie finalizzate a
minimizzare il nervosismo in ufficio. È bene mantenere un
atteggiamento positivo anche nelle situazioni più scomode,
perché aiuta a superare il momento critico. Un consiglio
più concreto è quello di rendersi visibile e mai
nascondersi agli occhi dei colleghi e del capo; sono proprio gli
«invisibili» a subire il maggior numero di attacchi e abusi
in ufficio.
I miei capi? Il primo rubava gli straordinari ai dipendenti extracomunitari che
lavoravano 9-10 ore al giorno ma prendevano sempre e solo per 8; il secondo era
un paranoico con manie di persecuzione e trattava i dipendenti come dei
potenziali terroristi (i casini e le commesse li perdeva lui, intanto); il terzo
era un essere incapace di prendere decisioni, senza attitudine per il comando
(la fabbrica era un'anarchia totale comandavano tutti tranne lui). Piu' che dei
cinesi dovremmo avere paura dei nostri datori di lavoro, sono dei PAZZI!
Il mio fortunatamente ormai ex capo, alla mia richiesta di un giorno di ferie
per partecipare al funerale di mia NONNA, mi ha risposto: "Ma è proprio
necessario che tu ti assenti tutta la giornata?"
In una riunione il capo ha detto:
"FACCIAMO UN ESCURSUS A 365 GRADI." Ma si può essere più
IDIOTI di così??? E poi mi fa rientrare prima dalle vacanze di
Natale perché deve parlarmi di un progetto importante. E poi mi
tiene due ore a ascoltarlo di quanto si è divertito a vedere
"Vacanze di Natale in India" e "Il paradiso all'improvviso". Due film
che mi fanno letteralmente c...
Per
rispetto di gerarchia ho dovuto ascoltare la trama e le battute più esilaranti
di 'sti due capolavori. Tanto valeva infilarmi due dita negli occhi....
Ah il progetto importante è stato rimandato al mese dopo!
Il mio capo evidentemente mangia pesante, perchè ogni mattina, appena arrivato,
dà il via al rutto libero, che si protrae per una buona mezz'ora.
La stessa
cosa accade dopo pranzo, senza alcun minimo gesto di scusa o imbarazzo da parte
sua.
Inoltre è già capitato che pretendesse da noi la pulizia del suo
ufficio o il riordino delle sue scartoffie; non saprà dell'esistenza di
un'impresa di pulizie?
Il mio non è un capo, è un PRIMARIO.
E come tale, ogni mattina, dopo il giro
delle 7,30 (si, avete capito bene le sette e mezza del mattino) si siede in
cucina.Mentre un primo medico gli versa il caffè, urla:
"assaggiatore!"
Al che, un secondo medico assaggia il latte, per controllare
che non sia irrancidito.
"Professore, è buono", dice il secondo medico,
mentre macchia con deferenza il caffè del capo.
Io lavoro in un call center,in-bound.. rispondo alle telefonate e le smisto
negli uffici addetti. lavoro circa 6 ore al giorno..con orari da rispettare al
secondo! rispondo ad una media di circa 350 chiamate..alcuni giorni si arriva
anche a 500! una telefonata in media dura 30 sec. e subito dopo ne viene
un'altra senza avere il tempo di respirare..quasi sempre sono clienti arrabbiati
che chiamano (trattasi di una finanziaria) e per questo bisogna anche 'gestirli'
stando attenti ad essere gentili anche quando ti insultano perchè c'è il rischio
di una 'mistery call' (chiamata spia che attesta il tuo modo di lavorare).
inutile dire che è un lavoro alienante..appiattimento e abbrutimento sono
all'ordine del giorno.. si è costretti ad andare in pausa quando lo dicono i
team leader. si lavora sempre col timore che, chiedere un giorno di 'ferie' o di
'riposo' possa compromettere il rinnovo del contratto nel mese successivo. si fa
i conti con la paura quotidiana di perdere per l'ennesima volta un lavoro
precario.. tutto questo alla modica cifra di 700 euro mensili.
L'ultima idea geniale del mio geniale capo? Il tassametro. Quando abbiamo una
riunione con lui, per proporre un'idea o esporre un progetto, fa partire un
contaminuti e alla fine, dopo un rapido calcolo mentale, ci dice se all'azienda
sia convenuto il tempo che ha perso per ascoltarci. Naturalmente il 99% delle
volte scopriamo che la nostra idea non valeva il suo prezioso tempo.
Un
consulente ha perso il cappello mentre stava correndo all'appuntamento
con un cliente; ha quindi inserito il cappello perduto fra le spese
d'ufficio e ne ha chiesto il rimborso. Ma l'ufficio di ragioneria ha
respinto la richiesta, spiegando che un cappello nuovo era una spesa
personale, che non riguardava la ditta. Il consulente ha protestato, ma
i suoi reclami non hanno dato alcun risultato. Così la volta
successiva che ha presentato la nota per il rimborso, ha documentato
ogni voce, allegando le ricevute di alberghi, pasti, trasporti e
così via. Alla fine della nota ha aggiunto una sfida: "Trovate
il cappello". Il consulente avvertiva insomma l'ufficio di ragioneria
che da qualche parte nella sua perfetta nota spese aveva sepolto il
costo del cappello perduto. Ah ah!
Dal sito: www.lastampa.it "Da dieci anni sono precaria a 900 euro"
L’ultimo
anno in xxx per M. e colleghi, è stato catastrofico. Si guadagna sempre
meno, nella speranza che presto arrivi un contratto «decente», a tempo
indeterminato. M. ha 36 anni, maturità classica, è tra i più anziani. Entrata in
azienda nel ‘96 lavora al 119, il servizio assistenza clienti Tim. «All’inizio
mi hanno fatto aprire una partita Iva, poi me l’hanno fatta chiudere. Meglio
così, almeno pagano i contributi». Un contratto rinnovato prima mese per mese,
ora ogni tre. M. è pagata a contatto: «dipende da quante telefonate prendi. Se
lavori tutto il turno, sei ore, per sei giorni alla settimana riesci ad arrivare
a 1000-1200 euro. Io guadagno tra i 700 e i 900 euro, faccio il turno dalle 10
alle 16». A M. il lavoro piace: l’«elasticità degli orari» le permette di
rimpinguare il suo stipendio. «Per un periodo mi guadagnavo qualcos’altro
facendo la fotografa». Ma è stanca di non potersi prendere una vacanza o
assentarsi per malattia. «L’azienda non ti paga le ferie, se ti becchi un
raffreddore e resti a casa 4, 5 giorni sono soldi persi, molte donne vengono a
lavorare col pancione perché non ti pagano neppure la maternità». E poi
nell’ultimo anno, dice M., soprattutto con l’arrivo del nuovo capo, le cose sono
peggiorate. «È capitato che per un paio di mesi non ti facevano arrivare le
telefonate, lavoravamo le stesse ore ma prendevamo la metà. Prima se il flusso
di contatti era alto, l’azienda alzava il prezzo, adesso zero: anzi, prima per
noi un contatto rappresentava un guadagno di un euro, adesso sono 80 centesimi.
Assieme al contratto arriva un tariffario: se non ti sta bene, ti mandano via. È
come se ti licenziassero»
Sede Territoriale - Via Pallacorda 5, 59100 PRATO(PO)
Tel. 05746991 Fax 057421076